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Naspi e risoluzione consensuale del rapporto di lavoro – Ultima sentenza della Cassazione

licenziamentoAvv. Silvia Caravà – professioni360 – area legale

Cassazione: niente indennità di disoccupazione se c’è risoluzione consensuale

Il nostro ordinamento riconosce a coloro che perdono il lavoro un’indennità di disoccupazione. Essa, tuttavia, non spetta nei casi in cui il rapporto di lavoro cessi per risoluzione consensuale del rapporto consacrata in una transazione. A stabilirlo è la Corte di Cassazione, con la sentenza numero 17303/2016, del 24 agosto 2016, chiarendo che di tale indennità non può beneficiare chi rinuncia al posto ponendosi in maniera spontanea nella posizione di disoccupato.

La recente sentenza della Suprema Corte n. 17303/16, infatti, statuisce come la Naspi (ex indennità di disoccupazione) non spetti in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, ancorché consacrata da una transazione tra le parti, quando l’adesione al lavoratore alla proposta risolutiva del rapporto sia ricollegabile a problematiche diverse dalla prevenzione del licenziamento, inserito per esempio in una strategia di ristrutturazione aziendale.

La Naspi è una prestazione a sostegno del reddito, istituita a partire dal 1° maggio 2015 con Decreto Legislativo 4 marzo 2015 n. 22 in attuazione del Jobs Act. La Naspi è andata a sostituire e accorpare la vecchia disoccupazione Aspi e la mini-Aspi.

Per poter accedere alla disoccupazione Naspi il lavoratore deve trovarsi in uno “stato di disoccupazione involontario”; ne deriva che non spetterà al lavoratore nel caso in cui il rapporto di lavoro sia cessato a seguito di dimissioni o risoluzione consensuale, tranne che nei casi di seguito specificati: dimissioni rese durante il periodo tutelato di maternità e dimissioni per giusta causa.

La risoluzione consensuale, infatti, non impedisce il riconoscimento della prestazione:

  • per la risoluzione consensuale nell’ambito della procedura conciliativa presso la Direzione Territoriale del Lavoro L. n. 604 del 1966, come sostituito dalla Legge 28 giugno 2012 n.92;
  • nell’ipotesi di licenziamento con accettazione dell’offerta di conciliazione di cui D. Lgs n. 23 del 2015, proposta dal datore di lavoro entro i termini di impugnazione stragiudiziale del licenziamento (ex art. 6 della legge n.604 del 1966);
  • qualora la risoluzione consensuale intervenga a seguito del rifiuto del lavoratore al proprio trasferimento ad altra sede della stessa azienda distante oltre 50 km dalla residenza del lavoratore e/o mediamente raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici.

Nel caso in esame, la Suprema Corte si è trovata ad esaminare un caso di risoluzione consensuale raggiunta dalle parti a seguito di dimissioni per giusta causa del lavoratore; le dimissioni, segnatamente, avevano avuto origine dalla lamentata impossibilità del lavoratore di avanzare di grado e progredire nella carriera professionale.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto che la mera esistenza di trattative orientate a porre fine alla lite non possa giustificare a priori il diritto alla Naspi, e in particolare non lo possa giustificare quando non sia in rilievo la possibilità concreta di proseguire il rapporto; nel caso trattato, la mera impossibilità di “fare carriera” lamentata dal lavoratore non costituirebbe giusta causa di dimissioni, non inficiando la possibilità per il dipendente di proseguire la propria prestazione lavorativa. Solo in quest’ultimo caso, infatti, egli avrebbe avuto diritto alla prestazione di disoccupazione.

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